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A Gaza si scava sempre più in profondità

Robert Fisk

20gaza-tunnel10.jpg

25 febbraio 2010

Sono la vera resistenza. Sono i polmoni attraverso i quali Gaza respira. E’ vero, missili, razzi Qassam, munizioni per Kalashnikov ed esplosivi passano attraverso i loro corridoi sotterranei. Ma – ed è questo il loro compito più importante – gli operatori dei tunnel di Gaza provvedono a fornire linfa a questo assediato pseudo-staterello islamico: carni fresche, arance, cioccolata, camicie, pantaloni, giocattoli, sigarette, abiti da sposa, carta, interi motori di automobili in quattro pezzi, batterie per auto e persino tappi per bottiglie di plastica. Questi uomini vengono bombardati dagli israeliani, muoiono per il crollo dei loro tunnel, e ora si trovano ad affrontare un nuovo muro egiziano, e persino la paura di annegare. Per gli israeliani possono essere dei terroristi – l’uso indiscriminato di questo termine lo rende abbastanza privo di senso, oggigiorno – ma sono degli eroi per i palestinesi di Gaza. Forse anche degli eroi ricchi.

In questo momento, tuttavia, Abdul-Halim-Mohsen è preoccupato per la costruzione del muro egiziano. Siede accanto allo scoppiettante falò nei pressi dell’ingresso del suo tunnel, scaldandosi le mani al fuoco, respirando denso fumo azzurrino, mentre una grande tenda bianca sopra di lui trasforma i suoi compagni in ombre di Rembrandt, mezzi visi, maglioni pesanti, bagliori luminosi nel buio, con il generatore che sibila in un angolo.

"Certo che ho paura del muro egiziano," dice Al-Mohsen. "Inonderanno i tunnel. Come possiamo difenderci? Potremmo affogare". Rivolge il palmo delle mani verso di me, come per dire "che cosa ci possiamo fare?", un gesto usato da tanti palestinesi, ma lui sta parlando seriamente. I tunnel sotto il confine tra Gaza e l’Egitto sono un business, un gioco da professionisti, e le bombe di Israele sono una sfida piuttosto che un problema. C’è persino una ferrovia in miniatura con quattro carrelli lungo uno dei pozzi. Il denaro fa scorrere le ruote.

Fedeli ai trattati con Israele e con il Quartetto (del signor Blair di Kut al-Amara [l’assedio di Kut al-Amara del 1915-1916, nel quale gli inglesi furono duramente sconfitti, assurge qui a simbolo della disfatta britannica in Iraq (N.d.T.) ] ), gli egiziani hanno annunciato il mese scorso che costruiranno un muro – i muri oggigiorno sono la moneta del Medio Oriente, da Kabul e Baghdad alla Cisgiordania – tra le macerie del sud della Striscia di Gaza palestinese e l’Egitto, al fine di schiacciare e chiudere i tunnel "terroristi". Le ONG straniere nella Striscia di Gaza vedono in questa manovra un modo, già ampiamente utilizzato dagli egiziani, per gettare fumo negli occhi agli israeliani e compiacerli – il che significa compiacere gli americani – aggiungendo che il muro egiziano scenderà solo 5,5 metri sottoterra, ben al di sopra della profondità dei tunnel. Forse è nell’interesse degli operai dei tunnel essere più pessimisti. Al-Mohsen sembra realmente preoccupato per l’iniziativa egiziana.

"Se inondano i tunnel, noi saremo ancora più in pericolo," dice. "Ci vuole un’ora per uscire dalla galleria se si cammina accucciati o carponi. Quando gli israeliani bombardano, ci arrampichiamo fino alla sponda egiziana – gli israeliani non bombardano la sponda egiziana – ma se gli egiziani ci fermano, saremo vittime dei bombardamenti se il tunnel crolla".

Me lo chiedo anch’io, soprattutto quando Abu Wadieh ci invita a guardare la volta cavernosa che si apre in un angolo lontano della tenda. Non si tratta di una fossa, ma di un tunnel verticale di pietra e mattoni solidamente costruito, di quasi 4,5 metri di larghezza, 27 metri di profondità – così profondo che riesco a malapena a vedere le piccole braccia degli uomini molto al di sotto di me che appendono sacchi di frutta a un grosso gancio d’acciaio – e più di mezzo miglio di lunghezza. Una fune porta i sacchi in superficie mentre il generatore sibila e gli uomini all’ingresso del tunnel danno una leggera spinta ai sacchi in modo che essi, dondolando, finiscano nelle loro braccia. Questi uomini conoscono il proprio lavoro. Tutti dichiarano di non interessarsi di politica, naturalmente. Non ci sono armi che passano attraverso i loro tunnel. No, certamente.

Un camion si è avvicinato alla tenda a marcia indietro, una squadra di uomini impila frutta e verdura, mobili e bottiglie di Coca-Cola egiziane nel camion. Chiedo ad al-Mohsen – il quale giura (trattenendo un sospiro) che sarà un ingegnere quando verrà la pace – a cosa stia pensando. Ha visto immagini di altre gallerie e ha guardato un film molto tempo fa, in cui dei prigionieri stranieri – inglesi – fuggivano da un campo di concentramento tedesco attraverso un tunnel. Certo. La Grande Fuga! Richard Attenborough, James Garner e Steve McQueen, e il vagone ferroviario che li traghettava fuori dal loro stalag (lager (N.d.T.) ). Ciò garantisce la qualità professionale del tunnel – e anche della linea ferroviaria. Tuttavia, scelgo di non ricordare ad al-Mohsen quello che è successo ad Attenborough.

Ma questo è un affare serio. Delle organizzazioni non governative stimano che Hamas trattiene il 15% dei profitti del fatturato degli operatori dei tunnel, e ciò garantisce a questa "nobile" istituzione – aspramente criticata da Israele, Stati Uniti e Europa da quando ebbe l’audacia di vincere le elezioni palestinesi del 2006 – una sicura rendita annua di 350 milioni di dollari (225 milioni di sterline ).

Così, mentre il mondo impone l’assedio a Gaza e condanna un milione e mezzo di persone alla miseria e – in alcuni casi – alla fame, Hamas si rifornisce del calcestruzzo, dei materiali da costruzione, di ferro e armi, che le sue abbondanti riserve di denaro possono acquistare.

Mentre l’UE vigliaccamente consente ad Israele di privare i civili palestinesi di cemento per ricostruire le loro case dopo il bagno di sangue dell’anno scorso a Gaza – in quanto Hamas potrebbe utilizzare il cemento per costruire bunker – Hamas stesso ha abbastanza riserve di cemento per costruire una città di bunker o un mare di moschee, per non parlare degli edifici che ha eretto proprio di fronte alle truppe israeliane a Erez.

In altre parole, i tunnel mantengono Hamas in attivo, e Gaza in vita. I poveri palestinesi, ovviamente, devono essere sfamati dalle Nazioni Unite. I tunnel, pertanto, non rappresentano solo una serie di arterie tra Gaza e l’Egitto, ma anche una grande ipocrisia internazionale.

Abu Wadieh, che impiega 35 uomini che lavorano all’interno e al di sopra del tunnel di Mohsen, sta accanto al fuoco scoppiettante, con la kuffiah che gli avvolge il capo come il casco di un muratore, fregandosi le mani al vento freddo che si riversa nella tenda, mentre l’ultimo camion porta le sue ricchezze a Gaza City.

"Temo che gli uomini se ne andranno tutti, se ci sarà un’altra guerra", dice. "Ma sono esperti. Sanno cosa fare."

A soli 100 metri, si intravede l’impugnatura gialla di un martello pneumatico egiziano. Fanno da sfondo l’orizzonte e le fondamenta di un muro grigio. Dietro di esso, una bandiera egiziana fa capolino da una torre di guardia dove i soldati della Repubblica Araba d’Egitto si assicurano che i loro fratelli arabi palestinesi rimangano assediati nella discarica di Gaza.

Robert Fisk è un noto scrittore e giornalista britannico; è corrispondente dal Medio Oriente per il quotidiano britannico "The Independent"; risiede a Beirut

Verisone originale: Gaza’s defiant tunnellers head deeper underground


:: Article nr. s10668 sent on 02-mar-2010 11:36 ECT

www.uruknet.info?p=s10668

Link: www.medarabnews.com/2010/02/25/a-gaza-si-scava-sempre-piu-in-profondita/



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